Elogio dell’empatia

Ricordo quando sono andata dall’oculista per la prima volta. Miopia diagnosticata a cinque anni, praticamente sono nata talpa. Quando ho chiesto a mia madre quando mi sarebbe passata, come tutte le cose che mi provocavano fastidio e che lei risolveva, appunto, con un “ora passa”, la sua risposta mi ha lasciato spiazzata: questo non passa, possiamo solo mettere gli occhiali.

Ho negato di non vederci fino ai dieci anni, perché nessuna principessa portava gli occhiali, e neppure le Barbie, almeno quelle che avevo io. Poi ho dovuto scegliere tra ripetere la prima media a vita perché non vedevo la lavagna, passare la mia intera esperienza scolastica al primo banco o mettere gli occhiali, ed ho preferito l’ultima opzione. Anche perché, dopo aver studiato la rivoluzione francese, le principesse non mi interessavano più.

Quanto è difficile fare i conti con una situazione che non cambia, almeno per adesso? Come si accetta di vivere con un limite fisico invalicabile?

Com’è non vedere bene? Non bello, ma siamo in tanti in questa condizione, alla fine con un paio d’occhiali e, al massimo, un intervento, si risolve tutto.

E come sarebbe non sentire i suoni e le voci? E non poter correre?

Forse, più o meno, come sopra. Esistono gli apparecchi acustici, i tutori e le macchine che si guidano con le mani; esiste il modo per fare una vita, più o meno, “normale”. Solo che la medicina non può ancora fornire una soluzione definitiva; ci vuole tempo, e investimento nella ricerca.

Quello che non è facile, però, è l’accettazione della mancanza. Il dover fare i conti con un mondo che non è fatto a misura di sé, perché se i miopi sono molti, i non udenti sono pochi e i malati rari pochissimi. Perché, inevitabilmente, dopo aver fatto un lungo e difficile percorso interiore, bisogna fare i conti con l’incomprensione e l’indifferenza della gente: con la burocrazia che rende il riconoscimento della tua difficoltà un percorso ad ostacoli umiliante, con il professore che prende la tua richiesta di una modalità di esame alternativa per una scusa, con le persone che considerano i parcheggi riservati ai disabili un favoritismo.

La verità è che uguaglianza non significa trattare tutti allo stesso modo, ma trattare in modo uguale le situazioni uguali e in modo differente quelle differenti. Ed io sarei ben felice di vedere, durante un esame, un assistente comportarsi in modo più gentile del solito con un collega disabile, e magari guardare alla sua preparazione pensando a tutto il lavoro che c’è stato dietro, a tutte le difficoltà che ha dovuto superare per presentarsi. Sarei felice di vedere vicinanza e comprensione negli occhi di chi guarda una bella ragazza che si alza dal tavolo di un bar con fatica, e non stupore e paura ad avvicinarsi per aiutare.

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre.

Non possiamo nemmeno immaginare cosa possa esserci, a volte, dietro un sorriso. Aiutiamo la ricerca e, soprattutto, cerchiamo di riscoprire il valore dell’empatia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...