Viaggio ideale per un weekend invernale: Sant’Agata a Catania

La mia esperienza come travel blogger è nulla: sono troppo pigra per scrivere di un posto dopo averlo visitato e ho talmente tanta difficoltà con la toponomastica da confondere Matera con Macerata, insomma, non sono portata.

Se farò un’eccezione proprio adesso sarà per una ragione importantissima ed elevata, altruistica e disinteressata*: mi sono improvvisamente accorta che siamo già a Dicembre, e che è il momento giusto per voi per prenotare ad una miseria, tipo 50 euro andata e ritorno, un viaggio a Catania nel periodo in cui merita davvero di essere visitata, ovvero per la festa di Sant’Agata. Quest’anno cadrà nel weekend, e poi dove volete andare a febbraio, in qualsiasi altro posto nel mondo ci sarà un freddo allucinante. Cosa vi importa del carnevale di Rio o della festa dei folli di Parigi quando, per la cifra che spendete normalmente in profumeria, potete assistere alla festa di Sant’Agata.

È una festa patronale che ha dell’incredibile, che può illuminarti sulla via di Damasco oppure farti convertire a Scientology. In ogni caso, un’esperienza da vivere una volta nella vita.

I brevi cenni storici di cui avrete bisogno per immergervi nella festa e recuperare l’educazione impartita ai bambini catanesi durante il catechismo sono i seguenti: Agata era una nobile diaconessa catanese, morta in giovane età nel III secolo d.C., durante le persecuzioni dei cristiani, secondo una versione romantica – in senso letterario, ovviamente – perché il governatore si era invaghito di lei e non accettava un rifiuto, secondo una un po’ più pragmatica per ragioni economiche. Venne sottoposta a terribili martiri (uno dei quali, lo strappo delle mammelle, ha ispirato a qualche simpatico dissennato il dolce tipico della festa, le “minnuzze”) ma non abiurò mai la sua fede; per questo, divenne una delle prima sante martiri che la storia del diritto canonico ricorda.

I catanesi le sono devotissimi, per molte ragioni inspiegabili e attinenti ai misteri della fede, ma anche per una più pragmatica:  pare,  infatti, che la Santa abbia più volte protetto la città da terremoto ed eruzioni. Per questa ragione, dal 3 al 6 febbraio Catania si ferma per renderle omaggio, in un tripudio di suoni, odori e profumi (di cibo, ma anche questa è poesia).

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Per seguire la festa nella sua interezza, vi consiglio di arrivare nella sera del 2 febbraio, ché posti per mangiare e fare serata sicuramente non mancano. La festa comincia il 3 febbraio con l’uscita della carrozza del Senato e la processione per l’offerta della cera, alla quale partecipano le più alte cariche religiose ed istituzionali della città; il pomeriggio siete liberi, ma alle 20,30 dovrete essere necessariamente in Piazza Duomo, per assistere al suggestivo e commuovente (lo è, non si può spiegare il motivo) spettacolo pirotecnico di ‘a sira ‘o tri, accompagnato da un concerto lirico-sinfonico.

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La vera festa religiosa ha però inizio la mattina del 4 febbraio con la messa dell’Aurora: il busto reliquiario di sant’Agata, custodito per tutto l’anno in una cappella in Cattedrale e nascosta alla vista, viene affidato ai devoti, che lo porteranno in processione lungo un percorso esterno della città che si concluderà con il rientro nella Basilica Cattedrale in tarda notte. Il momento più suggestivo, da non perdere, è il passaggio in via Umberto, al quale segue la messa al Santuario della Madonna del Carmine, che ha luogo intorno alle 16 (ma chi può dirlo, i ritmi della Santuzza sono imprevedibili). Dopo il feretro percorre la suggestiva “salita dei Cappuccini”, costeggiando il teatro greco.

Nella mattina del 5 febbraio, orientativamente alle 10 (ma il programma può variare di anno in anno) alla Cattedrale ha luogo la messa del Pontificale; durante tutta la giornata il busto reliquiario rimane esposto in Cattedrale e infine nel pomeriggio, dopo la messa delle 16, viene nuovamente affidato ai devoti per un’ultima processione, la più importante e spettacolare. I fedeli vestiti di bianco per rispetto alla tradizione, in gergo “cittadini”, che urlano invocazioni in dialetto portando enormi ceri votivi e sventolando fazzoletti bianchi sono migliaia, ma numerosissimi sono anche i semplici curiosi, perché Sant’Agata è la festa della città. Racconta chi siamo e da dove veniamo, e forse anche cosa saremo, e ci unisce tutti nell’estasi di un’emozione veemente e fastosa, dai toni onirici.

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La processione del 5 Febbraio

I momenti finali della festa sono i più suggestivi: i fuochi del Borgo, la “cantata delle Clarisse” (ossia delle monache di clausura di via Crociferi), il rientro in Cattedrale e la messa di saluto al feretro, nella mattina del 6 febbraio. La confusione si dissolve in una fredda ma, il più delle volte, luminosa giornata di Febbraio, e torna alla indolente frenesia di sempre. Dopo un arancino, un cannolo e un seltz limone e sale, non in quest’ordine e in rapido susseguirsi a meno che non siate Matteo Salvini, potrete tornare a casa felici, soddisfatti, probabilmente più grassi e forse un po’ ammaccati dalla ressa dalla folla, sicuramente un po’ più ricchi di prima.

Vi lascio con una galleria di foto di alcuni momenti della festa scattate da me medesima (salvo una del mio amico Francesco), e con una Steller Story (questa) in un pessimo inglese nel caso in cui siate finiti qui per sbaglio e non capiate nulla di questa nostra complicata lingua neolatina.

Alla prossima!

N.d.R: se dalle mie parole l’aspetto religioso della festa è passato in secondo piano è perché, nonostante la buona volontà di molti, Sant’Agata non può considerarsi una festa prettamente religiosa. Pare esistesse da prima del XIII secolo, cade in concomitanza al  Carnevale, si mangia la carne di cavallo e il torrone nell’attesa del fercolo, insomma traete le vostre conclusioni. Consideratela una risorsa, nonché una potenziale apertura all’ecumenicità.

*Sembra incredibile, ma nessuno mi ha in alcun modo sostenuto nella stesura di questo post, men che meno l’assessorato al turismo di Catania. Pazzesco.

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