Qui ci manca tutto, non ci serve niente

Navigavo su Internet cercando di non imbattermi in nessuna dichiarazione politica razzista o dal sapore vagamente squadrista per non rovinarmi la giornata, quando mi sono imbattuta su un sito bellissimo, EuromasterLife, una sorta di blog di viaggi metropolitano, quelli da fare in macchina con musica a palla e sguardo fuori dal finestrino. Tra i numerosi racconti di musica, birrerie e viaggi da fare on the road, vengo affascinata da un titolo in particolare: “un mammut a Rebibbia”.

Da brava bambina borghese, sono sempre stata attratta dalle periferie. Per me era sinonimo di libertà. Giocare per strada senza orari o vincoli, conoscere intimamente tutti i vicini di casa, la multiculturalità e le storie raccontate da persone di altri continenti, l’odore di fritto che pervade le stradine a mezzogiorno; tutto molto bello, ma qui non siamo un film di Pupi Avati. La verità è che, a differenza dei centri storici, la periferia spesso non ha un’identità definita, si allarga sempre più ma rischia di sparire perché il degrado ha l’effetto di un monsone, fa migrare, e rende i confini di una città mutevoli e cangianti, in perenne movimento.

Quello che mi colpiva e mi colpisce tuttora, che accomuna un po’ tutti i quartieri periferici, erano i muri colorati: la street art disegna, scolpisce, dialoga, diventa simbolo di rinascita, di fermento. La manifestazione palese dello spirito di un quartiere, in perenne movimento, ma che vuole lasciare qualcosa, magari costruirla, partendo dal linguaggio più semplice e immediato che esiste. A Rebibbia, periferia di Roma, ad esempio, hanno disegnato un mammut sul muro di un parcheggio mai realizzato. “Hanno”, insomma, è un po’ generico, l’ha disegnato Zero Calcare. “Vedi quella costruzione? Quando ero piccolo stavano costruendo un parcheggio, e invece hanno trovato un mammut. E dov’è ora? La dentro? Ma dai. Giuro.”

Come un po’ dappertutto, qui manca tutto, non serve niente.

Buzzoole

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